Capitolo 1
Il paesino di Stai, nei giorni in cui le case di legno e pietra riflettono la luce intensa del sole, appare abbarbicato sul monte, come un gregge fermo a brucare l’erba.
Nonna Giagia, al tempo di questa storia, era l’unica a non essere nata lì. I più anziani abitanti di Stai ricordavano che vi era giunta molto tempo addietro e, pur essendo ancora una bella signora con lo sguardo fresco e limpido di una bimba, già allora le spalle le si incurvavano lievemente sotto il peso degli anni.
Non confidò mai a nessuno da dove venisse; ancor meno aveva raccontato la sua vita di prima d’allora, da quando un giorno, sul far della sera, salì al paesino, attratta, qualcuno giura, dal profumo dei fiori di maggio.
Al suo arrivo si presentò sussurrando un nome diverso ad ognuno con cui faceva conoscenza. Divenne Giagia per tutti, solo perché così piacque agli abitanti di Stai. Per i bambini che la volevano sempre con loro, chissà mai perché, divenne inesorabilmente Nonna: Nonna Giagia.
Era giunta senza bagagli e aveva preso dimora nell’ultima cascina prima del bosco; un rudere che in pochi giorni, non si sa con quali mezzi, senza mai farsi vedere all’opera, trasformò in una splendida casa: ogni giorno un po’ diversa, diversa più volte in un giorno. Perlomeno a giudicarla dall’esterno, dato che nel tempo nessuno ebbe mai occasione di varcarne l’uscio. In verità non proprio nessuno, ma questo ve lo racconterò tra poco.
Quando qualcuno provava a bussare alla porta di Nonna Giagia non sentiva il toc-toc delle nocche sul legno, ma ora lo scroscio di un’onda infranta sugli scogli, ora un abbaiar di cani nel vento; ora il rintocco di campane a festa, ora il fruscìo di una corsa in bicicletta. E mai lo stesso suono e mai nessuno veniva ad aprire.
Nonna Giagia era sempre cordiale e disponibile con i compaesani, i quali avevano preso l’abitudine di chiamarla in aiuto, invocando il suo nome quando si trovavano nelle più varie difficoltà; ma ogni volta che lei giungeva per portar soccorso, proprio in quell’istante la difficoltà si dissolveva e il problema veniva abilmente superato. Così Nonna Giagia riceveva i ringraziamenti per la disponibilità e mai per l’opera prestata; e lei se ne andava felice saltellando, sorridendo.
Quando per le strade di Stai si spandevano i profumi e gli aromi che provenivano dalla sua cucina, la gente spalancava le finestre, si affacciava e socchiudendo gli occhi inspirava profondamente assaporando l’aria, quasi gustasse quelle pietanze che mai nessuno aveva potuto vedere e tanto meno assaggiare.
Se poi a diffondersi era il profumo, così delizioso che sembrava di poterne vedere i colori, della torta alle sette creme ai frutti di bosco con la panna montata all’aroma delicato delle albicocche ben mature, gli abitanti di tutte le età si riversavano nelle strade e come attratti da una forza incontrastabile iniziavano a passeggiare sotto la finestra della cucina di Nonna Giagia.
Nessuno però vide mai quella torta, nessuno l’assaggiò; fino al giorno della festa del paese, allorquando accadde che...
A Stai abitava un bambino già un po’ grandicello. Gli amici lo chiamavano Maro. Era un ragazzino come tanti, a cui non piacevano le carote e che qualche volta a scuola si distraeva; che tornava a casa coi calzoni sporchi di terra e che rincorreva le galline del vicino per poterne prendere una in braccio e coccolarla fino a quando si accovacciava tranquilla.
Maro non aveva fratelli, né sorelle. I suoi genitori gli volevano bene, non gli facevano mancare nulla. Purtroppo lavoravano tutti e due, certe volte anche nei giorni di festa: lavoravano perché volevano che il loro bambino potesse avere tutto da questo mondo.
Maro si sentiva sempre un po’ solo. Era cresciuto accudito da tante ragazze che una alla volta stavano con lui per qualche tempo, poi se ne andavano improvvisamente. Talvolta, più belle, tornavano per un’ora a trovarlo portandogli un regalo e poi scomparivano per sempre. Intanto un’altra ragazza lo cresceva ancora un po’.
Quel giorno della festa del paese Maro si sentiva proprio solo. Mamma e papà erano a casa, ma si erano vestiti eleganti per andare a trovare i loro amici. Anche lui era vestito di nuovo e non doveva sporcarsi. Quando gli amici lo vennero a chiamare inventò una scusa e non volle uscire. Era triste e si mise sul letto, guardando fuori dalla finestra. La sua casa era bassa e stando seduto sul letto vedeva passare le persone che sbucavano su dal davanzale.
Improvvisamente alla finestra comparve Nonna Giagia che si fermò a guardare dentro.
«Oh Maro, speravo proprio di trovarti: manchi solo tu là in piazza».
«Non ho nessuna voglia di andare alla festa. Tu stai già tornando? ».
«Ti stavo appunto cercando perché anch’io preferirei evitare la folla, ma non mi va neppure di chiudermi fra quattro pareti. Verresti a casa mia?».
Confusione e imbarazzo.
«A casa tua?» balbettò Maro con occhi stupiti.
«E beh? Ti ho forse proposto di andare sulla Luna?» e così dicendo, con l’agilità di un monello Nonna Giagia aveva già scavalcato la finestra, era saltata dentro alla stanza ed esortando il ragazzino a sbrigarsi tirava fuori dall’armadio un vestito che Maro non aveva mai posseduto.
«Muoviti che il battello parte tra poco!».
Sempre più disorientato, Maro provò a domandare di quale battello stesse mai parlando, dato che nel raggio di cento chilometri non se n’era mai visto uno. Ma era inutile, anzi troppo tardi: Nonna Giagia era già balzata nuovamente in strada e decisa si avviava verso la propria abitazione. A Maro, vestito, come dire, di libertà, non restò che seguirla, saltellando e sorridendo come lei.
Giunto davanti alla casa di Nonna Giagia quando lei era già rientrata, visto l’uscio spalancato, Maro salì le scale esterne che conducevano alla porta d’ingresso e fece appena in tempo a domandare «È permesso?» che ammutolì, sorpreso di fronte all’immenso specchio d’acqua d’un lago luccicante al sole, contornato da boschi con le piante più diverse che forse nemmeno esistono su tutta la Terra.
«Presto che il battello sta per salpare!» gridò Nonna Giagia vestita da ammiraglia dal ponte del vaporetto, ormeggiato poco più in là. «E chiudi la porta».
Maro si voltò, udì le note della banda giungere dalla piazza del paese, restò per un attimo incerto, quasi timoroso. E poi via deciso dentro all’avventura.